UN'INTRODUZIONE PROBLEMATICA
1. Tra pace e diritti
Mettere in cantiere un progetto teso alla "Educazione alla pace e ai diritti", diversamente da quanto a tutta prima può sembrare, è operazione non priva di forti elementi di problematicità. Se facciamo, poi, riferimento ai diritti umani in senso stretto, la problematicità si eleva di grado. Non bisogna, difatti, dimenticare che, mentre la pace è concetto di antica data, i diritti umani hanno un'origine relativamente recente. Sostanzialmente, il concetto di diritti umani accompagna la parabola del liberalismo europeo, dello Stato di diritto e, infine, dello Stato costituzionale.
Va opportunamente ricordato che non sono i diritti umani al "centro" del sistema regolativo e normativo previsto dalla Carta delle Nazioni Unite che, significativamente, fa asse sul mantenimento e sulla garanzia della pace tra le nazioni. Ora, la garanzia della pace non equivale propriamente alla tutela dei diritti umani. La prima si esercita tra le nazioni, all'interno del sistema delle relazioni internazionali; la seconda, invece, entro l'ambito di ogni Stato sovrano. Il diritto internazionale così codificato sancisce un doppio principio:
- la regolazione pacifica delle controversie tra Stati nell'arena internazionale;
- l'assoluta sovranità di ogni Stato, nei cui affari interni vige il principio di non ingerenza.
La Carta delle Nazioni Unite, pur accogliendolo, riadatta il regime degli Stati sovrani, in auge sin dal 1648, dalla pace di Vestfalia che conclude la sanguinosa "guerra dei Trent'anni" (1). Il sistema vestfaliano consta in un ordinamento internazionale pluralistico che, stabilizzatosi nel XVIII e XIX secoli, dura fino alla seconda guerra mondiale. Esso prevede:
- una autonoma sovranità, nelle relazioni interne, dello Stato nazionale verso i propri cittadini;
- una autonoma sovranità, nelle relazioni internazionali, dello Stato nazionale in confronto agli altri Stati;
- l'eguale sovranità di ogni Stato nazionale all'interno dell'ordine internazionale.
Il riadattamento apportato dalla Carta delle Nazioni Unite consiste in una revisione decisiva: con l'istituzione del Consiglio di Sicurezza è stato rotto, in fatto e in diritto, il principio dell'eguale sovranità degli Stati e si sono conferiti poteri straordinari alle cinque potenze uscite vincitrici dal secondo conflitto mondiale (2).
Come nel modello di Vestfalia, i soggetti del diritto internazionale continuano ad essere gli Stati, non già gli individui; solo che ora alcuni Stati sono titolari di un surplus di prerogative di potere nei confronti di tutti gli altri. Ciò è causa di evidenti squilibri di potere e gravi deficit di democrazia nelle procedure e negli atti decisionali.
La tutela della pace nell'ordine internazionale appare, così, vulnerata per linee interne. Dal sistema pluralistico e paritario inaugurato a Vestfalia, trascorriamo ad un sistema pluralistico, sì, ma non più paritario. Non casualmente, nel secondo dopoguerra, prende origine il duopolio Usa-Urss che, con gli accordi di Yalta (3), scompone il pianeta per zone di influenza, riconducibili o alla supremazia dell'Usa o a quella dell'Urss. Diversamente dal sistema vestfaliano, la pace non è più l'effetto di relazioni multilaterali di equilibrio; bensì la conseguenza del bilanciamento bipolare dell'egemonia delle due potenze guida. Possiamo definire l'ordine internazionale che scaturisce dalla seconda guerra mondiale come sistema post-vestfaliano. E con ciò ne rimarchiamo tanto le continuità che le fratture rispetto al passato.
Se, però, spostiamo l'attenzione dalla Carta delle Nazioni Unite alla Dichiarazione Universale adottata dall'Assemblea Generale il 10 dicembre del 1948, rileviamo come i diritti umani trovino una loro compiuta universalizzazione. Accanto alla pace (la Carta), nel menu dei beni primari da tutelare, compaiono ufficialmente e formalmente i diritti umani (la Dichiarazione del '48). L'ordine internazionale, così, si caratterizza per una doppia vocazione: pace e diritti umani.
Ma, ora, mentre il sistema di regole per mantenere la pace è ben delineato, non altrettanto può dirsi per il rispetto dei diritti umani. Il principio di sovranità rimane congruente per quanto attiene alla pace e non definito per ciò che concerne i diritti umani, nonostante questi ultimi siano stati universalizzati. Lo scarto diventa la base teorico-giuridica per l'affermazione delle dottrine e pratiche del realismo politico che, all'interno del sistema di relazioni internazionali, assegnano ben scarso rilievo ai diritti umani. Non appare un caso che esponenti illustri di questi orientamenti e diplomatici che ad essi fanno riferimento definiscano la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948 una "lettera a Babbo Natale".
2. Una tela intricata
Con la caduta del muro di Berlino del 1989 e il conseguente crollo dell'impero sovietico (4), l'ordine bipolare internazionale ha conosciuto una crisi irreversibile. Il fenomeno, intrecciatosi con l'affermarsi impetuoso dei processi di globalizzzazione, ha ridisegnato la mappa del mondo. Da un sistema di relazioni internazionali bipolare, si è passati ad un altro tendenzialmente unipolare, entro cui l'unica superpotenza rimasta in campo (gli Usa) esercita il ruolo di decisore supremo, se non unico.
Lo scarto tra pace e diritti umani, che abbiamo appena segnalato, subisce un'ulteriore torsione. Il sistema post-vestafaliano coniugava il primato della pace, ponendo in secondo piano la tutela dei diritti. Quello che confusamente inizia a prendere forma, con la caduta dell'impero sovietico, va progressivamente spostando il suo raggio di azione verso la protezione dei diritti umani, a scapito della pace. Dalle operazioni di ristabilimento e mantenimento della pace si trascorre all'intervento umanitario (5). Nella comunità internazionale, l'uso della forza cessa di essere giustificato dall'autodifesa, a fronte di un'aggressione armata esterna; viene, invece, motivato dalla necessità della protezione dei diritti umani su scala mondiale.
Il processo trasformativo sommariamente descritto segna la fine di quello che abbiamo definito sistema post-vestfaliano. Dagli anni '90 fino agli inizi del XXI secolo, il nuovo ordine mondiale si va assettando intorno a politiche strategiche di interventismo militare, per finalità umanitarie. Il baricentro del sistema si sposta dalla pace ai diritti umanitari: una sorta di sistema vestfaliano rovesciato. Il problematico rapporto tra pace e diritti, con ciò, si aggroviglia ulteriormente.
Come se tutto ciò non bastasse, nel 2003, sopravviene la "seconda guerra del Golfo", il cui soggetto decisore non è più il Consiglio di Sicurezza dell'Onu (già l'intervento in Kosovo del 1999 aveva avuto come decisore la Nato e non il Consiglio di Sicurezza), ma direttamente gli Stati Uniti e un gruppo di fedeli alleati, al di sopra e senza l'avallo dell'Onu e del Consiglio di Sicurezza. La sovranità e l'autorità del sistema internazionale colano a picco. Diverse figure di sovranità ora si contrappongono: quelle ereditate dalla tradizione (Onu e Consiglio di Sicurezza) e quelle che cercano di imporsi nelle nuove condizioni storiche e che convergono verso l'unilateralismo americano. Nuove forme di unità di riferimento e di sovranità internazionale - come l'Unione Europea - stentano a decollare.
Collegato alla "seconda guerra del Golfo" v'è ancora dell'altro. Le strategie di intervento armato per finalità umanitarie sono soppiantate da altre, ancora più intrusive ed espansive. Dalla guerra umanitaria, concepita come guerra giusta, si passa alla guerra per l'imposizione della democrazia che, ora, è teorizzata come guerra necessaria. La protezione dei diritti lascia il posto all'allargamento planetario delle sfere della democrazia a mezzo della guerra.
In questa tela intricata si dibatte, oggi, la relazione tra pace e diritti, già di per sé precaria e sfuggente.
3. In cammino con l'Altro
Vediamo di gettare un primo colpo d'occhio su una matassa così ingarbugliata.
Da più parti si sostiene che, con la caduta dell'impero sovietico ed il trionfo della globalizzazione, non si dia più la tradizionale distinzione tra "politica interna" e "politica internazionale". Tutto ciò che accade nel pianeta diventerebbe la determinazione di una politica interna mondiale, i cui agenti non sono più gli Stati nazione, ma soggetti e centri di potere sovranazionali: Nazioni Unite ed agenzie ad essa collegate, Fondo monetario internazionale, Banca Mondiale, Wto, G8, Ocse, Alleanza atlantica ecc. Gli Stati nazione, da questo punto di vista, sarebbero costitutivamente incapaci di dare risposte congrue ai problemi globali dell'epoca. Da qui viene ricavata l'esigenza di un governo mondiale (6). Al globalismo giuridico (giurisdizione universale) si accompagna il globalismo politico (Stato cosmopolitico). Alla globalizzazione dei processi economici, sociali e culturali si fa qui fronte con la globalizzazione della sovranità, unica soluzione - si ritiene - atta a garantire e imporre la pace ed il rispetto dei diritti umani, anche attraverso la guerra.
La Carta delle Nazioni Unite vieta espressamente di condurre guerre aggressive, ritenendo legittime solo guerre di difesa. Per contro, al Consiglio di Sicurezza sono concessi ampi poteri di intervento militare. Ora, secondo l'approccio globalista, questa contraddizione va rimossa, rifondando l'Onu e dotandola dell'autorità giuridica e della forza militare, in grado di mantenere ed imporre la pace e i diritti umani. La Dichiarazione Universale del 1948 diventa qui la "norma fondamentale" di riferimento, per la produzione di un diritto di guerra schierato a favore dei diritti umani. Si ingenera, così, un terribile paradosso: l'universalità dei diritti dell'uomo esige l'universale giurisdizione della guerra.
Al diritto viene assegnata l'astratta funzione di integrazione universale; al 'politico', il compito pratico di organizzarla, predisponendo gli istituti, i mezzi e la logistica necessari. Ma una integrazione fondata sul diritto ha una base debole e friabile: il carattere imperativo della norma non è il migliore viatico per un fecondo rapporto tra differenze e differenti. E, poi, un diritto che ha bisogno di far ricorso alla organizzazione politica della guerra rivela non solo la sua effimera potenza, ma mostra anche tutto il suo carattere non pacifico e neanche pacificatore. In luogo di integrazione ed inclusione, questo tremendo connubio di diritto e guerra produce conflitti culturali, sociali e politici di scala che attraversano tutti gli interstizi dello spazio globale.
Il carattere problematico del rapporto tra pace e diritti umani viene, di nuovo, ricomposto artificialmente e autoritativamente in una figura sovrana unica che, contraddittoriamente, subordina la pace e i diritti umani alla conduzione della guerra. Dentro il corpo di questa contraddizione profonda si ingenerano corto circuiti in serie:
- non si tiene nel dovuto conto il nesso di differenza che lega diritti umani e diritti fondamentali (7);
- non si analizza la relazione difficile intessuta dalla democrazia con i diritti fondamentali (8);
- non si valuta che lo stesso sviluppo della democrazia ha introdotto elementi di crisi nella sfera dei diritti umani (9).
Ancora: non si considera che, proprio a fronte del maturare ed espandersi dei processi della globalizzazione, si istituiscono reti di interlegalità, veri sottosistemi di interdipendenze, intrecci e antagonismi tra ordinamenti legali di diverse origini e connotazioni, dalla cui connessione viene a dipendere la definizione politica della legge (10). Particolarmente confliggenti si palesano i rapporti tra il diritto statuale e il giusnaturalismo di ascendenza occidentale, da un lato, e le culture normative pre-coloniali dell'America Latina e dell'Asia centrale, dall'altro.
Se, poi, si trasferisce l'indagine all'ambito più squisitamente culturale e filosofico, la questione vede aumentare di molto il suo grado di complessità. Come è stato fatto opportunamente rilevare, la cultura di estrazione europea ha un profilo eminentemente individualistico che collide, in maniera stridente, con la cultura confuciana (Sud-est e Nord-est asiatico) e con lo spettro estremamente variegato delle culture e tradizioni dell'Africa subsahariana e del mondo islamico. Sintomo rivelatore di queste difficoltà di comunicazione e dialogo è stato il dissenso emerso a Vienna nel 1993, nel corso della seconda Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sui diritti umani. Da un lato, i paesi occidentali sostenevano la natura indivisibile ed universale della dottrina dei diritti umani; molti paesi dell'Asia e dell'America latina, dall'altro, premevano per il primato (sui diritti umani) di temi quali lo sviluppo, la lotta alla povertà e la liberazione di molte aree del Terzo mondo da forme di dominazione coloniale.
Non meno rilevante è da considerare il conflitto delineatosi tra i diritti umani di matrice occidentale e i cosiddetti valori asiatici che, sempre nel 1993, ha condotto Malesia e Cina alla stipula della Dichiarazione di Bangkok. In particolare, qui è in gioco la nozione stessa di "diritti soggettivi", di importanza basilare nella filosofia del diritto occidentale, ma che non trova corrispondenza alcuna nelle culture e nelle tradizioni non solo asiatiche, ma anche africane e americane, in cui prevale largamente un ethos sociale comunitario, in cui socievolezza e condivisione solidale degli spazi e degli orizzonti di vita sono estremamente marcate.
Per avviarsi verso la soluzione di questo campo di problemi assai intricati non si può che iniziare dall'apertura di un cammino nuovo che ridefinisca il concetto di diritti umani. Per far questo, però, si rende necessaria la completa rimessa in discussione dell'ideologia della superiorità culturale e civile dell'Occidente che, qualche volta esplicitamente ed altre implicitamente, sta dietro e oltre le teorie dell'internazionalizzazione dei diritti umani, per il tramite della coazione politica e della coercizione militare.
Riannodare il filo della comunicazione tra le diverse culture e tradizioni che compongono i variegati sistemi di valori che squarciano e, insieme, ricompongono il caleidoscopico mosaico del pianeta, costituendone la cifra e la ricchezza, è il banco di prova su cui cimentare una nuova capacità di dialogo e di ascolto. Soltanto così si sarà in grado di aprire un varco nelle reciproche differenze e diffidenze e dare sviluppo ad un percorso, all'interno del quale passaggi, valori, diritti ed esperienze siano scelti in piena libertà e congiunzione di intenti.
Occorre partire da qui, per ritessere i fili del rapporto tra pace e diritti umani. Si tratta di una mossa dal carattere fondativo che, a sua volta, richiede una fondazione: rivisitare il concetto di pace che si è venuto sedimentando nel corso dei secoli, per provare a ricostruirne la struttura semantica, non solo la genesi (11).
Stabilito questo nuovo punto di partenza, si potrà provare a ripensare l'intera problematica delle relazioni tra pace e diritti. Intanto, appare subito evidente che il dissidio tra pace e diritti ha potuto trovare posto soltanto all'interno di una teoria normativa dello stato e di una corrispondente teoria universale del diritto. Infranto questo doppio vincolo, ne consegue l'interdizione dell'uso strumentale della pace contro i diritti e dei diritti contro la pace. Si spezza qui l'orizzonte della guerra che ha accompagnato tanto la parabola della pace che le logiche di espansione dei diritti umani (e della democrazia), attraverso un sistema di belligeranza planetaria.
Stando così le cose, una teoria della pace in tal modo conformata e giustificata non può che essere comprensiva della teoria-prassi dei diritti (12). Dell'utopia cosmopolitica kantiana rimane qui lo slancio; le sue gerarchie di valore, però, non si coniugano più secondo un taglio universalistico. Ora, si tenta di porre l'accento sull'apertura alle differenze, non già per accoglierle ed integrarle; ma per comporre, attraverso la cooperazione dialogante, un nuovo disegno, il cui orizzonte sia da tutti riconosciuto e da tutti sentito come proprio.
Allora, va anche tracciata una nuova cartografia intorno alle relazioni che si inseriscono tra:
Si tratta, insomma, di andare definitivamente oltre l'orizzonte dell'individualismo liberale e dei modelli di razionalità e statualità corrispondenti, senza, con ciò, prescindere dall'enorme patrimonio positivo in essi depositato. Ma il farsi mondo dell'individualismo e del liberalismo, qui recepiti nei loro massimi significati di libertà, non è propriamente la liberazione del mondo. Al contrario, può pericolosamente inclinare verso forme di dispotismo evolute, ancora più esiziali di quelle che abbiamo già conosciuto. Se l'intero pianeta è il mondo che a tutti appartiene, ognuno è il cittadino responsabile di questo mondo, qualunque sia il luogo entro cui è nato e dimora. Tutte le culture e le tradizioni culturali che solcano il pianeta sono il patrimonio inestimabile di questo mondo, di cui tutti sono egualmente responsabili. Allora, se non siamo ancora tutti fratelli, dobbiamo perlomeno partire dalla posizione di amici. Il conflitto tra culture, Stati e popoli non è più tra "amico" e "nemico"; bensì tra amico e Altro. E l'Altro è qui per noi l'altro amico; esattamente come noi lo siamo per lui. Essere in cammino verso e dentro la pace e i diritti significa essere in cammino con l'Altro (15).
Con "Lessico dei diritti" intendiamo fornire un contributo, per quanto minimo e parziale, per l'apertura di questo cammino. Impegnarsi sulla strada dei diritti e della pace, è sempre un'esperienza che conduce all'Altro. Soltanto dal dialogo con l'Altro e dal suo ascolto possono fiorire universi di vita più luminosi e ricchi. Ognuno, in questo percorso, deve tirar fuori il meglio di sé, facendo i conti con il peggio di sé. L'edificazione della pace e il rispetto dei diritti è anche questione che riguarda le singole coscienze e la vita quotidiana di tutti. Solo dalla pace che è in noi possiamo costruire la pace con l'Altro, a cui ci doniamo e da cui riceviamo un dono altrettanto prezioso. Emerge sempre di più l'esigenza che ognuno riveda la propria posizione nel mondo, in una relazione di pace con se stesso, l'ambiente e gli esseri umani che gli stanno intorno.
La pace non è solo problema che riguarda la sfera pubblica. Piuttosto, ha il suo luogo di radicamento nel foro interiore di ognuno, nelle motivazioni poste alla base dei concetti di giusto e buono. La pace, in sintesi, è un concetto extrapolitico che va ben al di là del campo delle relazioni politiche, culturali e sociali: attiene alla sfera primordiale del rapporto degli esseri umani con la vita e le forme della vita, in tutte le loro modalità di espressione. Ed è soprattutto con quest'ordine di problematiche che noi occidentali dobbiamo misurarci a fondo, essendo abituati a ritenere naturale una relazione di dominio con l'Altro, la natura ed il cosmo.
Con "Lessico dei diritti" ci proponiamo, ciclo dopo ciclo, di approssimare anche questo ulteriore e decisivo campo di tematiche. Siamo convinti che il cammino dell'educazione alla pace e ai diritti non abbia mai fine e che qualunque tempo e qualunque luogo siano sempre il tempo e il luogo, per chiedersi se si è ben operato sulla strada della pace e dei diritti.
(1) Il 26 ottobre del 1648 fu stipulato a Vestfalia, importante città tedesca della Renania settentrionale, uno storico accordo di pace che pose fine alle guerre di religione che avevano coinvolto buona parte del suolo europeo per trent'anni. La "guerra dei Trent'anni" fu combattuta tra eserciti a cui veniva riconosciuto il diritto di saccheggio. Le motivazioni dei conflitti armati, comunque, non erano solo di carattere religioso; ve ne erano anche d'ordine politico ed economico. Tra queste, le principali sono da ricercare nella rivalità storica esistente tra gli Asburgo e i vari Stati dell'impero; nella volontà della Francia di contrastare l'egemonia asburgica; nell'interesse della Svezia a rafforzarsi sul Baltico. La guerra scoppiò il 23 maggio del 1618 con la cosiddetta "defenestrazione di Praga", allorché gli hussiti (protestanti) scaraventarono dalla finestra del palazzo reale due luogotenenti del governo asburgico. Il malcontento era stato originato dalla nomina, da parte di Mattia II (imperatore del Sacro romano impero), di Ferdinando II d'Asburgo (cattolico) a re di Boemia (prevalentemente di religione protestante). Ferdinando II, una volta nominato, vietò la costruzione di chiese protestanti. Successivamente alla "defenestrazione", i boemi elessero come re il protestante Federico V del Palatinato. La circostanza diede luogo alla formazione di due schieramenti contrapposti: Spagna, Baviera, Sassonia e Polonia a favore degli Asburgo; Inghilterra, Olanda e gli Stati germanici protestanti a favore di Federico V. La "guerra dei Trent'anni" è cronologicamente suddivisa in quattro periodi: (i) periodo boemo-palatino (1618-23); (ii) periodo danese (1623-1629); (iii) periodo svedese (1630-35); (iv) periodo francese (1635-48). La pace di Vestfalia, ponendo fine alle ostilità, sancì la costituzione di un sistema di diritto pubblico europeo, fondato sull'equilibrio fra gli Stati componenti, di cui si affermava la piena sovranità interna.
(2) Ultimamente, a ragion veduta, ha ricordato l'evidenza D. Zolo, Globalizzazione, Roma-Bari, Laterza, 2004, pp. 68-69.
(3) Il 4-12 febbraio 1944 si tenne a Yalta (Crimea) la conferenza dei capi di Stato delle maggiori potenze alleate contro la Germania: Usa, Urss e Gran Bretagna. La guerra con la Germania, a quel punto, poteva ritenersi chiusa, essendo ormai la disfatta del nazismo chiaramente delineata. Nella conferenza si decise l'organizzazione di una organizzazione mondiale di Stati, a presidio della pace mondiale: le future Nazioni Unite. Stalin richiese espressamente che a Usa, Gran Bretagna e Urss venisse riconosciuto un ruolo di guida e conferito maggiore potere. Il "principio" era chiaramente in contrasto con quello della "pari dignità" dei popoli, sancito con la pace di Vestfalia; ciononostante venne recepito con l'istituzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, composto da Usa, Urss, Gran Bretagna, Cina e Francia. Gli accordi sancirono che rimanesse sotto l'influenza dell'Urss tutta l'Europa orientale (Polonia, Romania, Bulgaria, Ungheria, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Albania). Italia, Grecia e tutte le altre nazioni occidentali sarebbero, invece, rimaste sotto l'influenza degli alleati, capeggiati dagli Usa. La geografia europea, di conseguenza, mutò profondamente. All'Urss toccarono le maggiori annessioni: Estonia, Lituania, Lettonia e Polonia orientale. L'Italia dovette cedere l'Istria e parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia. La Germania perdette gran parte dei territori sul confine orientale: Prussia orientale, Pomerania e Slesia, passate alla Polonia. Inoltre, venne divisa in due repubbliche: la Repubblica Federale Tedesca, sotto l'influenza occidentale; la Repubblica Democratica Tedesca, sotto l'influenza sovietica. Berlino rimase capitale, ma fu divisa in quattro settori fra gli alleati che avevano combattuto il nazismo. La parte ritenuta di gran lunga più importante della conferenza fu la "Dichiarazione sull'Europa liberata", con cui si stabiliva una politica europea comune, secondo i principi del confronto e della risoluzione pacifica dei conflitti. Di fatto - e formalmente - la conferenza sancì la divisione del mondo in due aree di influenza, costituendo la base tanto della "guerra fredda" (tra Stati democratici" e "Stati socialisti") quanto della "coesistenza pacifica", sulla base del bilanciamento dei poteri tra le due superpotenze.
(4) Il muro di Berlino crollò nella notte tra il 9 e 10 novembre 1989 ed era stato eretto nel 1961. In pochi mesi, col muro, crollarono tutti i regimi comunisti dell'Europa orientale. L'avvenimento è passato alla storia come la "rivoluzione del 1989"; una rivoluzione di massa e, sostanzialmente, pacifica. Nell'ottobre del 1990, avvenne la riunificazione della Germania. Nell'aprile del 1991, si sciolse il "Patto di Varsavia", contraltare della "Alleanza Atlantica" (Nato). Nel 1991, si dissolse l'Unione Sovietica, sostituita da 15 Stati indipendenti e sovrani.
(5) L'intervento umanitario fu tenuto a battesimo nel 1991 da Usa e Gran Bretagna, allorché intervennero a favore dei curdi nell'Irak settentrionale; fu, poi, continuato in Somalia e nelle cd. "guerrre balcaniche" degli anni Novanta.
(6) Affrontiamo l'argomento nel "percorso didattico" n. 4 del "primo ciclo": Diritti umani e globalizzazione.
(7) Il tema è affrontato nel "percorso didattico" n. 1 del "primo ciclo": Diritti umani e diritti fondamentali.
(8) Analizziamo la questione nel "percorso didattico" n. 2 del "primo ciclo": Diritti fondamentali e democrazia.
(9) Esaminiamo la problematica nel "percorso didattico" n. 3 del "primo ciclo": Democrazia ed evoluzione dei diritti umani.
(10) La categoria di "interlegalità" è di B. de Sousa Santos; per una prima rassegna di questo nuovo campo tematico si rinvia alle dense pagine di D. Zolo, Globalizzazione, cit., pp. 104 ss.; opera a cui si rinvia anche per la ricostruzione della bibliografia di riferimento.
(11) Il tema è affrontato nel "percorso didattico" n. 5 del "primo ciclo": La pace.
(12) La discussione del tema si trova nel "percorso didattico" n. 6 del "primo ciclo": Diritto alla pace.
(13) L'argomento è affrontato nel "percorso didattico" n. 7 del "primo ciclo": Pace e diritto dei popoli.
(14) Il tema è affrontato nel "percorso didattico" n. 8 del "primo ciclo": Pace e diritti dei popoli.
(15) Per un discorso sull'Altro così motivato, si rinvia a A. Chiocchi, L'Altro. Del vivente e del morente, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 2005
